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"Bisogna rivendicare, in nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti"

Karl Popper



Rivendico il diritto ad essere intollerante nei confronti dell'ideologia comunista, dell'islamismo assassino e illiberale, dei nemici di Israele e di quelli che per abbattere l'avversario, in assenza di sostegno popolare, utilizzano una magistratura da operetta che ormai ha perso ogni credibilità ed onorabilità producendo 4 milioni di vittime di errori giudiziari !

Marcello Sanna



sabato 19 febbraio 2011

ERRORI GIUDIZIARI 1 : QUESTA E' LA GIUSTIZIA ITALIANA !
pubblicata da Marcello Sanna il giorno giovedì 13 gennaio 2011 alle ore 18.16
ORRORI GIUDIZIARI
Non ha mai saputo niente della condanna a quattro anni di reclusione che lo riguardava, e finché non l'hanno arrestato per l'esecuzione della sentenza non aveva mai visto l'ombra di una notifica. Inoltre, particolare non da poco, era anche innocente.Dapprima ha infatti pensato ad un errore, poi, quando ha capito che la prigione era stata disposta proprio per lui, ha chiesto la revisione del processo ed é riuscito a dimostrare che con quanto accaduto non c'entrava nulla. Intanto, però, è stato undici mesi in carcere. Undici mesi per i quali è intenzionato a chiedere un risarcimento di almeno 200 milioni.E' stato un primo aprile certo molto particolare quello passato ieri ad Ancona da un artigiano orafo di Porto Torres, Giuseppe Acciaro. "Finalmente libero", ha gridato ieri dinanzi alla corte d'appello mentre piangeva e singhiozzava per la fine del suo incubo. L'assoluzione piena, sentenziata per non aver commesso il fatto, è giunta al termine di un'odissea durata sei lunghi anni, alcuni trascorsi nella completa ignoranza di quantoaccadeva alle sue spalle: una denuncia a suo carico della quale non ha mai saputo nulla, un processo in cui è stato dichiarato contumace perché l'ufficiale giudiziario non l'ha trovato, una sentenza di cui è venuto a conoscenza quando ha visto i carabinieri arrivare a casa sua per portarlo dentro.Secondo il legale anconetano che l'ha difeso, Domenico Liso, la vicenda di Acciaro "è emblematica di come funziona l'Italia, anche se può sembrare un romanzo". Un romanzo fatto di disguidi burocratici, errori agghiaccianti e un'incredibile somma di leggerezze da far ricordare il processo di Kafka.La vicenda comincia il 20 dicembre 1990, quando la titolare di una gioielleria di Marotta in provincia di Pesaro, Dolores Garbulli, denuncia ai carabinieri di essere stata truffata da un certo Giuseppe Acciaro, orafo in Toscana, regione dove l'uomo di Porto Torres lavorava davvero in un laboratorio nei pressi di Siena. La donna afferma di aver offerto all'uomo tutta la merce che aveva in negozio, per un valore complessivo di circa 950 milioni. In cambio, avrebbe avuto l'equivalente in lingotti d'oro che si sarebbero però rivelati dei falsi, in quanto ricoperti solo all'esterno di una patina aurea. Qualche mese dopo, Garbulli viene dichiarata fallita. Si celebra il processo per bancarotta fraudolenta contro di lei, Acciaro e una terza persona. Tutti vengono condannati dal tribunale di Ancona. La donna patteggia due anni, Acciaro viene condannato a 4 anni in contumacia, benchè in realtà non abbia mai ricevuto notifica del processo perché, dalla Toscana, è tornato a Porto Torres. Qui, per la verità, un ufficiale giudiziario l'aveva cercato, ma a un domicilio sbagliato. In pratica, l'uomo era stato dichiarato irreperibile e il processo era andato avanti senza di lui.Alla fine del '95, l'orafo viene a sapere della vicenda. A casa sua, stavolta all'indirizzo esatto, si presentano i carabinieri per portarlo nel carcere di Sassari: la sentenza è diventata esecutiva. Assistito da un legale, Acciaro capisce che non si tratta di un errore. E denuncia la Garbulli per calunnia. La faccenda si fa intricata,la donna viene interrogata e le viene mostrata una foto di Acciaro. "Non è l'uomo che mi ha truffato", è la risposta. Acciaro quindi, dopo aver scontato due mesi, viene ammesso con tante scuse alla revisione del processo. E, naturalmente, scarcerato con procedura d'urgenza. Ma all'inizio del '96, il legale che aveva incaricato sbaglia i termini dell'appello non presentando la procura dell'orafo: la corte anconetana è costretta a dichiarare il ricorso inammissibile, e Acciaro torna in prigione fino a settembre, quando viene rimesso fuori per decorrenza dei termini. Da ieri l'orafo di Porto Torres è ufficialmente riconosciuto innocente. Poche le parole dette tra le lacrime in aula. "Ringrazio chi mi ha aiutato. E' finita, ma mi hanno rovinato l'esistenza. E' impossibile descrivere quelloche ho provato, è impossibile immaginare quanto soli ci si senta in carcere quando si è innocenti".(Fonte: La Stampa, 2 aprile 1997, Jerry Paladini)ORRORI GIUDIZIARIQuattro imputati prima condannati e poi assolti nel processo di revisione per la cosiddetta "strage della barberia" di Taranto, in cui morirono quattro persone, hanno chiesto complessivamente un risarcimento di 12 milioni di euro per ingiusta detenzione.I quattro erano stati condannati con sentenza definitiva a pene comprese fra 30 anni e 11 anni di carcere. Si tratta di Giovanni Pedone, Massimiliano Caforio, Francesco Aiello e Cosimo Bello, tornati in libertà il 5 aprile del 1998 dopo sette anni di detenzione. Sta scontando la condanna a 30 anni di carcere invece, Giovanni Caforio, considerato uno degli esecutori materiali della strage. Alla revisione del processo si è arrivati dopodichiarazioni di pentiti che hanno scagionato gli imputati.Il primo ottobre del 1991, un commando di killer entrò nel salone da barba di via Garibaldi, uccidendo quattro innocenti. Il vero obiettivo, secondo gli investigatori, doveva essere il noto pregiudicato Antonio Martera. La richiesta di risarcimento passa al vaglio della Corte d’Appello di Potenza.(Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno, 2 maggio 2008)ORRORI GIUDIZIARIDa vice presidente della Cm 11 e dell’Usl 9, l’allora esponente del Psdi, Franco Ammendola, fu il primo politico a finire in carcere, il 1 dicembre 1992, quando ebbe inizio la considdetta “Mani pulite Ogliastra”. Per l’ingiusta detenzione patita avrà 17.450,68 euro. Tutto questo sulla base dell’ordinanza di martedì 14 della Corte d’appello di Cagliari, che è stata notificata il giorno successivo nello studio dell’avvocato nuorese Salvatore Murru, che su mandato dello stesso Franco Ammnedola aveva presentato istanza di riparazione per ingiusta detenzione.I 17.450,68 euro che Franco Ammendola (oggi consigliere comunale tortoliese di opposizione dell’Mpa) riceverà per l’ingiusta detenzione patita sono relativi a cinque giorni trascorsi nel carcere San Daniele di Lanusei - venne arrestato, dagli agenti dell’allora posto fisso di Ps intorno alle 20 del 1º dicembre 1992,mentre a Tortolì si teneva una riunione di boxe, con un titolo mondiale in palio - e ai successivi 64 di arresti domiciliari (dal 5 dicembre 1992 al successivo 8 febbraio 1993).Come viene riportato nell’ordinanza, l’allora vice presidente della Comunità montana 11 e del comitato di gestione dell’Usl 9 d’Ogliastra, nonché consigliere comunale di minoranza a Tortolì - era uno dei massimi esponenti del Psdi - "dopo reiterate istanze, sempre rigettate, anche in sede di riesame, solo il 6 febbraio 1993, il gip disponeva la sua liberazione", che venne eseguita due giorni più tardi.Ammendola, fa rilevare un passaggio dell’ordinanza della Corte d’appello, relativa all detenzione sofferta (si tratta dei 5 giorni a San Daniele e dei 64 di arresti domiciliari): "La detenzione sofferta gli aveva cagionatogravisismi danni morali e materiali, in quanto additato dalla stampa alla pubblica opinione come politico dedito al malaffare, nella peculiare epoca di “Tangentopoli”, tanto che si vide costretto a dimettersi da consiglioere comunale (di minoranza) e a interrompere la propria attività politica". Il tribunale di Lanusei, con sentenza del 9 novembre 2005, passata in giudicato il 24 febbraio 2006, "lo assolse da tutti i reati ascrittigliperché il fatto non sussiste". Il tutto nacque da un’assunzione temporanea di uno psicologo all’allora Usl 9 d’Ogliastra.Ieri pomeriggio Ammendola ha commentato l’ordinanza dela Corte d’appello di Caglisri che gli riconosce la somma di 17.450,68 per l’ingiusta detenzione patita: "Non mi interessano i soldi. Mi fanno invece piacere le motivazioni riportate dalla Corte d’appello in tale ordinanza".Fonte: La Nuova Sardegna, 29 aprile 2009ORRORI GIUDIZIARIIl Gip del Tribunale di Catania Francesco D'Arrigo ha archiviato il fascicolo aperto lo scorso anno nei confronti di Maria Andò, una palermitana di 24 anni che il 13 febbraio del 2008 è stata arrestata dai carabinieri per rapina e tentativo di omicidio commesso a Catania. La giovane, rimasta per nove giorni nel carcere di Pagliarelli, si è scoperto era una sosia della vera rapinatrice.Le indagini furono avviate dopo la rapina con percosse commessa il 31 agosto del 2007 a un tassista di Catania, che durante l'aggressione rimane gravemente ferito. I carabinieri ritennero di averla identificata nell'autrice della rapina, ma era una che le somigliava molto. "Sono stata trattata come una delinquente -afferma Maria Andò - ho vissuto una situazione paurosa in un ambiente che ti fa sentire fuori dal tempo peruna vicenda paradossale: io non sono stata mai a Catania". In suo aiuto arrivano le testimonianze di tre amiche che davanti al giudice delegato di Palermo, il pm Consiglio, confermano che quel giorno Maria Andò l'ha trascorso con loro senza mai muoversi da Palermo. Intanto le indagini vanno avanti e portano alla vera rapinatrice, una minorenne senza fissa dimora che è arrestata.Lei adesso vittima innocente dell'iter della giustizia ha deciso di raccontare la sua vicenda per "evitare che possa accadere ad altri". "Non capisco come si possa mandare in carcere un'incensurata innocente -conclude Maria Andò - e soprattutto come mai un magistrato che commette un errore del genere non debba pagare per il suo sbaglio".(Fonte: Ansa, 4 febbraio 2009).ORRORI GIUDIZIARIE' stato fermato, denunciato, rinviato a giudizio e condannato per furto: tutto a sua insaputa. Qualcuno, che evidentemente lo conosceva bene, aveva fornito ai carabinieri i suoi dati e così Antonio Baldinu, 25 anni, via Degli Ulivi 21, operaio in cerca di lavoro, si è trovato, senza saperlo, nei guai.Il giovane ora è a casa, si sta pian piano riprendendo da un grave incidente di moto. Nell'autunno di tre anni fa era finito contro una macchina, si era fratturato le gambe e un braccio. Ora dice con amarezza: "Quel volo è stata la mia fortuna. Se non fossi andato in ospedale, forse non sarei riuscito a dimostrare la mia innocenza".I suoi guai hanno una data: 15 giugno '90. Quel giorno una pattuglia di carabinieri controlla, appena fuori Forlì, un giovane su una 500. E' senza documenti, non ha patente, la macchina risulta rubata. Come ti chiami? "Antonio Baldinu, nato a Torino il 10 gennaio 1967, via Degli Ulivi 21". Un rapido controllo per radio.E' incensurato. Lo fermano per l'auto rubata, ma è trascorsa la flagranza e viene denunciato a piede libero. Il giovane elegge domicilio presso una comunità terapeutica toscana. Viene rinviato a giudizio. La citazione arriva alla comunità. "Qui non c'è nessun Baldinu". Il procedimento va avanti. Antonio viene processato in contumacia. Il 2 ottobre '91 il pretore di Forlì lo condanna ad un mese e 10 giorni di carcere e 500 mila lire di multa. La notifica dell'estratto della sentenza viene fatta, per fortuna, in via Degli Ulivi. Antonio: "Un giorno mi arriva quel foglio. Cado dalle nuvole Decido di fare subito appello. Ma non ho soldi, non lavoro da molti mesi.Un avvocato mi chiede 4 milioni, un altro si accontenta di tre, ma per me sono sempre troppi. Vado in tribunale a Torino. Chiedo come fare appello. L'impiegato, a cui spiego la mia storia, mi guarda con un sorriso: "Dite tutti così, che siete innocenti". La domanda è sbagliata, occorre un difensore. Per fortuna trovo l'avvocato Cosimo Palumbo che prende a cuore il mio caso".L'appello si celebra il 22 giugno. Antonio si presenta in corte d'appello a Bologna, mostra la patente e soprattutto consegna un documento dell'ospedale da cui risulta che il 15 giugno era al Martini di via Tofane per un controllo. Il presidente gli ordina: "Si scopra le braccia". "Non sono un drogato", protesta Antonio. In realtà i giudici vogliono controllare se ha dei tatuaggi come il giovane fermato a Forlì. Ora l'incubo è finito."Ma l' ho pagato caro dice Antonio . Appena mi presentavo per un lavoro e sapevano che avevo quella pendenza non mi prendevano. La gente non si rende conto che una storia del genere può capitare a tutti.Sono passato per delinquente, anche con i vicini". Una disavventura finita bene "E chi mi rimborsa per le spese?" si domanda Antonio. Lo Stato paga solo per l'ingiusta detenzione, nulla di più.

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